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mercoledì 16 novembre 2011

Touring - il ponte del 1 Novembre - L'incontro

Lunedì 31 Ottobre 2011

Nel bel mezzo della notte, si apre la porta della camera. Sento prima la chiave infilarsi nella serratura, poi la maniglia cigolare e vedo entrare qualcuno. Come immaginavo, la stanza di 4 posti letto, era occupata dal sottoscritto e da un'altro ospite, che dopo una serata fuori, rientra per dormire.
Nessuno zombie quindi, per questa volta mi va bene.

La mattina mi sveglio presto, sono circa le 7 quando mi alzo e incomincio a prepararmi. Riordino le mie cose ed esco. Un bel cornetto alla marmellata in un bar-pasticceria del centro, un caffé, accendo il GPS e mi metto in cammino. Non vedo l'ora di incontrare i miei amici selvaggi, ma mi impongo comunque un'andatura non troppo celere per godermi in toto i piaceri di questo viaggio.

Mentre percorro la strada Ponale in solitaria, mi volto per dare un'occhiata a Riva, ancora assopita, la dormigliona... La giornata è bella, fresca, l'aria pulita. Respiro a pieni polmoni. Questa strada solitamente, durante l'estate, è molto trafficata da ciclisti e pedoni; stamattina invece non c'è nessuno. La stagione delle vacanze è terminata da tempo, e forse questi luoghi, con lo sfoltirsi della gente, diventano ancora più belli, nella tranquillità.

Salgo verso il lago di Ledro, lo vedo avvicinarsi sulla cartina del mio navigatore, che oggi è acceso solo per registrare i miei movimenti, non per farmi da guida. Poco dopo, lungo la strada, sento lo scrosciare d'acqua di diversi ruscelli e penso bene di darmi una rinfrescata, considerato il fatto che sono uscito dall'ostello in fretta e furia, senza nemmeno sciacquarmi la faccia. Preferisco di gran lunga la mia tenda all'ambiente dell'ostello.

Passano le ore e termino la mia ascesa. Il lago di Ledro è davanti a me, calmo, azzurro, solo a guardare le sue acque mi vengono i brividi: chissà quanto devono essere fredde!
Lo percorro dal versante più ciclabile, e davanti a me scorrono nuovamente i frames catturati quest'estate, durante il mio viaggio in solitaria di quattro giorni. Quante persone affollavano i prati e le spiagge di ghiaia, ombrelloni, sdraio e poi fumi di grigliate, ed un infinito vai e vieni per le bibite ed i gelati... Ora tutto tace. Silenzio ed un'infinità di case vuote. Quanto cemento anche qui: inutile cemento a deturpare. Proprio non riesco a mandar giù questo boccone amaro, e proseguo per la mia strada.

Lungo la ciclabile che percorre tutta la valle, ad un certo punto sento un rumore, un motore che romba, che rompe il silenzio. Cosa sarà mai...
Un soffiatore!
Chilometri e chilometri di pista ciclabile puliti, spazzolati, sventolati da uno staff di operatori del verde muniti di decespugliatore, motosega e di un potentissimo soffiatore. Tutta roba che fa rumore ed odore, ma a quanto pare indispensabile per tenere in ordine la via ciclabile. Arrivo alle spalle dell'uomo col soffiatore senza che se ne accorga e.. BU!

Mi avvicino al lago d'Ampola e al ritrovo con Dario, Vito ed Elena. All'ora stabilita giungo al termine dalla strada che scende dal Passo Tremalzo. Con il freddo che fa non penso proprio di aspettarli fuori all'aperto, e mi rifugio immediatamente al riparo del Bar, con una tazza di tè caldo a riscaldarmi... Pfiuuuu.
Sfoglio pigramente un giornale dalle pagine rosa a me sconosciuto, un giornale che parla quasi interamente di calcio, ovviamente.

Ad un certo punto vedo arrivare giù dal Tremalzo tre statue di ghiaccio. Non mi avvicino nemmeno per abbracciarli in quanto toccandoli mi cristallizzerei istantaneamente. Li invito ad entrare al caldo e non faccio fatica a convincerli. Dario addirittura indossa dei pantaloncini da xc corti. Il bar prende vita, si anima con noi all'interno che chiacchieriamo e ridiamo. Dopo un té caldo siamo pronti per proseguire la nostra avventura cicloturistica: la meta di oggi è il Rifugio Amici Miei.

Proseguiamo nella discesa fino a Storo, Ponte Caffaro, raggomitolandoci ad uovo più per sfuggire all'attrito col freddo che per andare veloci. Le nostre bici sono tutt'altro che aerodinamiche con svariati bagagli sporgenti: sacchi a pelo, materassini, ciabatte e borse varie.
Giù in valle prendiamo la ciclabile al sole poi ritorniamo sulla strada. Pranziamo in riva al lago, scaldandoci finalmente un po', e una volta fatto il pieno di carburante riprendiamo a pedalare verso Vestone. Dario ha guardato la cartina e ha individuato una strada alternativa - sicuramente ripida ed impegnativa - che ci può portare, rimanendo lontani dal traffico automobilistico, fino all'abitato di  Ono Degno. Firmata la manleva di responsabilità, col sorriso sul volto, sempre entusiasti del fatto di percorrere strade alternative, nel bosco, in tranquillità, ci mettiamo in marcia.

La bella mulattiera a tornanti sale ripida nel bosco, la traccia sul mio GPS sparisce, non è contemplata nella cartina stradale che ho caricato, ci stiamo allontanando dalla civiltà... dove finiremo... chissà...
Nulla di tutto ciò, nessuna preoccupazione, solo un po' di fiatone. Guardo Dario e gli dico: "Sai che per di qua molti mountain bikers non riuscirebbero neppure a salire, e noi lo facciamo con delle bici da turismo?" "Siamo ben matti, neh?!"
Dario annuisce e replica con un "Pota!"

Quanto mi piacciono le persone semplici, di poche parole, ma che poi, quando si tratta di fare i fatti, sono determinate e realizzano ciò che hanno in mente di fare.
Arriviamo allo scollinamento ed incominciamo a scendere verso il paese, lo attraversiamo con gli occhi puntati addosso. "Chissà dove vanno questi avventurieri..." Mi immagino i pensieri della gente. Oppure più probabilmente "In dua vai chi match che, cun le burse e tot al rest, in Islanda?"
No, molto più vicino: al rifugio Amici Miei.

Un'ultima rampa, bella ripida, un'ultimo sforzo, deciso, perché ormai è fatta, ed eccoci arrivare alla meta odierna. Posiamo le bici ed iniziamo a rilassarci. L'ambiente del Rifugio è caldo, accogliente, come le persone che lo gestiscono, che lo hanno in cura. Passione, Daniele ha una grande passione per la montagna, e giù in città non ci ritorna più, sta bene qui dov'è.

Il Rifugio è diventato la sua casa, la cura e l'accudisce con mille premure, come ha cura delle persone che ospita. È facile affezionarsi a certe persone e a certi luoghi, quando dall'altra parte trovi tanta simpatia e disponibilità. Non è sempre così, ma molte volte nel rifugio arrivano persone stanche, che hanno viaggiato, camminato, pedalato, hanno faticato, sono magari infreddolite, sicuramente affamate e  che quindi fanno affidamento sulla disponibilità e la buona volontà del rifugista per trovare conforto.

Se penso a quella volta al Rifugio Melezé, al termine di una dura giornata della traversata Ventimiglia-Monviso del 2010. Quella sera eravamo arrivati stanchi, affamati, un po' come le altre volte; e cosa troviamo? Un'atmosfera inospitale, fredda, distaccata. Il Rifugio è un po' come un bar, dove la gente arriva in macchina, a bere l'aperitivo. L'accoglienza, i servizi sono tutti per loro, che con i vari giri di bianco e campari gonfiano le casse.
Non è il luogo dell'escursionista, del viaggiatore. In quella occasione mi sono trovato molto male, ho mangiato poco, male, e pagato molto, troppo, per una branda ed una cena veramente misera. A colazione addirittura avevamo le fette biscottate e le marmellatine contate e noi ci vendicammo abbuffandoci - per modo di dire - di wafers. Il gestore aveva oltretutto l'aria di colui che tra le mani ha il Rifugio d'alta montagna, estremo, dove si fanno sacrifici, perché le provviste scarseggiano e alla mattina ci si alza presto per spaccare la legna.

Daniele è tutta un'altra persona e così pure l'Amici Miei è ben altro rifugio.
Dopo una bella doccia calda scendiamo nella sala da pranzo, davanti alla stufa, e intanto che chiacchieriamo, ci rendiamo utili pulendo la salvia per la cucina. Come premio arriva la bruschettina.
La serata inizia nel migliore dei modi, musica, il calore della stufa, il buon cibo... il vino, la grappa. Terminato di mangiare, dopo il buonissimo caffè della casa, e diverse grappe a completare l'opera, Vito inizia a suonare i bonghi, e ci mostra tutta la sua abilità come percussionista. Noialtri ci improvvisiamo suonatori di piffero e danzatori... l'importante è andare a ritmo e lasciarsi andare, lasciarsi trasportare da questo fiume in piena di allegria. Terminate le faccende in cucina anche Daniele ci raggiunge, e con altri ospiti del rifugio, tiriamo in piedi una gran festa, che si sarà sicuramente percepita anche nel vicino paese.

Che divertita! Che pazzi! Davvero una serata indimenticabile.
Poi ancora accaldati per i balli sfrenati ci ritiriamo nella nostra stanza e ci infiliamo nei sacchi lenzuolo per un meritato riposo. L'indomani ci attende con un'ultimo giorno in bici, per rientrare a casa e alle nostre occupazioni; ma facciamo in modo di non pensarci e di far durare il più possibile questi bei momenti insieme...
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