Print Friendly Version of this pagePrint Get a PDF version of this webpagePDF

lunedì 7 maggio 2012

Il ponte del Primo Maggio... La via del sale

Finora mi era apparso fin troppo semplice organizzare dei giri, disegnare delle tracce.
Apri google earth, scarica pezzi qua e là, sovrapponi le open maps, taglia, incolla, unisci, tira delle rette, fai qualche ricerca su internet...  e alla fine non rimane altro che pedalare.

In bici da corsa in compagnia di Dario e Giaz si è appurato che grazie a questi validi strumenti informatici, si riuscivano a pianificare dei bellissimi itinerari in ambienti molto belli e pure ciclisticamente molto gratificanti. Certo, poi dipende dalla cognizione che uno ha: e quando alla fine della tracciatura, il programma prevede parecchie centinaia di chilometri per svariate migliaia di metri di dislivello, bisogna incominciare a preoccuparsi.

Io e Dario solitamente non lo facciamo: siamo giovani, ingenui, sfacciati; abbiamo un buon grado di preparazione fisica e ci lanciamo in queste imprese senza fare troppi calcoli. È giusto così?
Questa estate ci attende una grande avventura, forse più grande di noi, chi lo può sapere. Si va all'avventura, senza conoscere i luoghi di destinazione, sperando che tutto fili per il verso giusto.

Noi siamo pronti per pedalare, le bici sono ok?
Dario non è messo molto bene con le mtb, ma la sua Salsa Fargo è in ordine e anche con l'attrezzatura da campeggio, il mio consueto compagno di avventura, è ben messo. Le borse, la tenda, il sacco a pelo, il materassino: tutto in ordine, ben protetto da sacche stagne.
Io al contrario ho le idee parecchio confuse, le mani in pasta in troppi progetti e le mie bici sono tutte a pezzi. Il telaio Surly Ogre, il prescelto per la grande traversata alpina 2012, è ancora nello scatolone, e avrei voglia di vederlo assemblato in qualche modo. Vado a smontare le ruote da una bici, i freni dall'altra, in una grande baraonda che alla fine, lo so, non mi porterà a nulla di buono.

Intanto sul forum BdB, lancio la proposta per il ponte del Primo Maggio: la Via del Sale.
Taac. Dario si prenota subito. Ovvio. Come poteva mancare. Si unisce anche Seby, compagno di mille avventure in mtb, recentemente un po' fuori forma dopo la trasferta islandese che ha lasciato il segno: mangiare pesce essiccato per un mese non deve essere affatto piacevole....
Ci piacerebbe pedalare in compagnia di Vito ed Elena, ma per motivi di lavoro purtroppo non riescono a rimanere via così tanti giorni. Infatti la partenza è fissata per sabato 28 Aprile ed il rientro per il martedì successivo.

L'itinerario è pronto. La traccia è stata disegnata dal sottoscritto non tenendo conto della via più breve, ma di quella più spettacolare, più isolata dalle rotte principali della viabilità automobilistica. Lo svantaggio, per così dire, di questo mio sistema di navigazione, è che si tende a percorrere più chilometri e soprattutto si fa molta salita.

La Via del Sale che andremo ad esplorare è quella che collegava il mare con l'abitato di Varzi in provincia di Pavia. L'itinerario è segnato con della cartellonistica e riesco anche a trovare una traccia GPS, molto probabilmente fatta a piedi, che proveremo a seguire fino a Camogli. Ho provveduto personalmente alla tracciatura delle restanti parti, cercando di fare il miglior lavoro possibile, per quanto limitate siano le mie capacità di tracciatore, relativamente alla mia scarsa esperienza sul campo.
Quindi incrociate le dita, si parte.

Seby poco prima delle 8 del mattino mi chiama sul cellulare per comunicarmi che non verrà; ha fatto due conti ed il giro è troppo duro per le sue attuali possibilità. Al momento rimango senza parole, poi gli chiedo se non avesse pensato di fare almeno una parte del percorso. Le vie di fuga sono molteplici, e sicuramente avrebbe modo di fare un bel giro...
"ah ah, ma è uno scherzo... sto arrivando!"

È mattina presto ma fa già caldo, sembra una giornata d'estate. La Surly Ogre è rimasta nello scantinato, al buio, ancora smontata. Per questa volta pedalerò ancora la Singular Peregrine, anche se per fare mtb, o comunque per certi percorsi impegnativi, il mostriciattolo verde sarebbe stato meglio. L'importante, comunque, è pedalare!
L'argine di Po, verso Caorso e poi Piacenza. Maciniamo chilometri indisturbati, o quasi. In certe strette stradine di campagna c'è uno strano via vai di auto. Possibile che si tratti esclusivamente di frontisti? Con tutte le strade che ci sono, proprio per di qua devono passare? La campagna piacentina non è affatto male, basta saper scegliere dove pedalare, e fin qua, abbiamo scelto bene.

Si arriva a Rivergaro per l'ora di pranzo: facciamo una piccola spesa al supermercato e poi ci gustiamo un delizioso gelato. Il caldo è intenso per la stagione, e optiamo per la coppa gigante.

Coppe giganti (foto Dario Gnali)
Finché possiamo, ce la spassiamo.
Di lì a poco, inizia la salita, e per Seby inizia il calvario. Senza farlo di proposito ho poi inserito dei tratti di salita piuttosto ripidi che lo mettono ulteriormente in difficoltà. Immagino che la fiducia nei confronti del sottoscritto abbia incominciato a vacillare proprio lungo queste rampe.

Poi arriva il pezzo sterrato in discesa, praticamente in mezzo ai campi, col sottoscritto che urla come un matto, in preda all'eccitazione da avventura.

Penso che sia un bel modo di affrontare un viaggio di questo tipo: abbiamo delle mtb, anche se cariche di diversi bagagli, e non ci si dovrebbe tirare indietro di fronte alle difficoltà di una strada sterrata o perché no, di un sentiero.
Dopo la discesa, arriva una nuova salita, in un susseguirsi di su e giù che impegna parecchio il fisico. Io e Dario procediamo senza tentennamenti, ma siamo allenati e la strada, anche se ripida, scorre rapida sotto le nostre ruote. C'è un po' di afa e non si riesce ad arrivare lontano con i nostri sguardi, ma davanti ai nostri occhi si presenta comunque un bello spettacolo: attorno a noi le belle colline dalla Val Trebbia, con i suoi paesini e castelli.
Monticello, Monteventano, Poviago, Marzonago, Pecorara... paesi che dicono poco e nulla; sicuramente non sono famosi, ma talmente caratteristici da regalare delle belle emozioni ai viaggiatori, grazie alla loro rusticità, sembra di fare un salto indietro negli anni, di ritornare alla dura vita nei campi. Mah, chissà come sarebbe... sicuramente dura.

In questi giorni ci sono due Salsa Fargo a confronto. Se le si mette una a fianco dell'altra, vediamo subito delle nette differenze. La bici di Dario pur trasmettendo una sensazione di solidità, ha una linea più snella e slanciata, e pur non essendo classificabile come una light bike, ha comunque un peso adeguato. Le mancano i parafanghi, ma per il resto è ben accessoriata con il portapacchi per il trasporto delle borse e della tenda. Alla forcella sono montati un paio di Salsa Anything cage per il materassino ed il sacco a pelo, opportunamente protetti in sacche a prova d'acqua. L'ultima arrivivata in fatto di accessori, una borsa della Revelate Design, è inserita all'interno del triangolo del telaio, e contiene gli oggetti che devono trovarsi, in caso di necessità, a portata di mano.

Di tutt'altro peso il bolide assemblato da Seby, munito di cambio nel mozzo Alfine, portapacchi anteriore e posteriore, parafanghi, pneumatici di larga sezione e borse in ogni dove. Di sicuro l'attrezzatura non gli manca, e l'aspetto è un po' quello di un... CATERPILLAR!
Sarà per questo che girato l'angolo, il nostro amico è subito lontano dalla nostra vista? Di sicuro, portare un simile peso per cento chilometri e quasi duemila metri di dislivello non deve essere cosa da poco.

Dario ha il suo da fare con l'allergia ai pollini che non gli da tregua per un solo minuto; ha la faccia stravolta e continua a starnutire a raffica.
Al sopraggiungere della sera, con il sole che va perdendosi dietro a qualche nube, inizia la ricerca di un luogo adatto per piazzare le tende e passarvi la notte. Non c'è speranza di arrivare a Varzi, come era inizialmente in programma: il paese si trova ancora troppo lontano e si decide quindi di rimandare questo tratto di strada per l'indomani. Abbiamo pedalato parecchio ed ora è l'ora di cenare. Non ci sono fontane nelle vicinanze e siamo così costretti a lavarci con delle salviettine umidificate, con il sapone ed un po' di acqua delle borracce.
Facciamo la pasta, poi un po' di fagioli in scatola e ceci. Può forse finire così un sabato? Proprio no! Prendiamo le nostre bici e ci dirigiamo al vicino paese dove avevamo precedentemente individuato un bar. Quando facciamo il nostro ingresso, il locale è ovviamente deserto: due ragazzini giocano a carte, un anziano signore è alla porta e ci osserva incuriosito. Un'altra signora, di sicuro oltre i 70 anni, ci saluta e le ordiniamo un paio di birre ed una Sprite per Dario alias Sailor Moon.

Trascorrono pochi minuti e comincia un certo via vai di persone, di ragazzi, in un'atmosfera paesana che ha molto di intimo. Noi, i forestieri, attiriamo parecchio l'attenzione, soprattutto quando ad una certa ora, ritorniamo in sella per tornare alle tende. I viaggiatori in bicicletta.

Appena mi corico, ecco dal vicino bosco, giunge uno strano verso, sono i rumori della natura, niente che possa preoccuparmi... sarà qualche cinghiale inferocito, indispettito dall'invasione dei maiali umani, che puzzano pure come delle capre... probabilmente stanotte ci assalirà calpestandoci ripetutamente. Quindi, ribadisco, niente che possa preoccuparmi.

La sveglia ce la dà la luce del giorno, non troppo sfavillante a dire il vero; in effetti il cielo è nuvoloso e non promette proprio nulla di buono. Le previsioni non erano affatto positive, solo che la speranza è sempre l'ultima a morire e contavo sul fatto che per una volta una giornata prevista brutta potesse divenire stupenda...

Ricaricate le bici dei nostri bagagli, riprendiamo a pedalare. È il nostro secondo giorno di viaggio e qualcuno, sorteggiato a caso, non abituato alle strapazzate degli anni passati, quando i BdB uscivano per giorni consecutivi, strapazzandosi bene e temprando i propri corpi alla fatica, è evidentemente in difficoltà. Di salita ne facciamo parecchia e ad ogni incrocio ci dobbiamo fermare per aspettare Seby, relegato inesorabilmente nelle retrovie.

I tempi si allungano sempre più. Io e Dario viaggiamo in un'altra dimensione, in universi paralleli. Nel nostro universo la strada è in leggera salita, l'asfalto liscio, le bici leggere, il tempo è bello, il cielo azzurro è ornato con splendide nubi di panna montata, tante persone cordiali ci salutano e ci riempiono di complimenti appena ci vedono sopraggiungere con le nostre belle bici, cariche di leggerissimi bagagli. Gli uccellini cinguettano e spesso si posano sulle nostre spalle per salutarci, pizzicandoci amorevolmente con il becco i lobi delle orecchie. Che carini!

In quello parallelo, Seby è da solo, il cielo di un grigio cupo, le strade sono rampe al 30%, la bici ad ogni pedalata diventa sempre più pesante, dai margini della strada svariati rami di rovo, come dita di strega, cercano di afferrare le ruote infilando mille spine nella gomma. Da grosse crepe del manto stradale fuoriescono rivoli di fango appiccicoso, dal colore rossastro, che come bostik, impiastra, avvinghia, si sfilaccia al lento procedere del caterpillar.

In alta Val Tidone, in prossimità del Monte Calenzone, seguamo un bel crinale, poi entriamo in uno stupendo bosco di faggi. Questo luogo sarebbe stato ideale per le nostre tende, data la presenza di bellissimi prati pianeggianti; sarà per la prossima volta.
Scendiamo a Varzi quando ormai è troppo tardi, si è fatta l'una del pomeriggio, figuriamoci come potremmo mai giungere di questo passo al mare. Mi rendo conto che ormai non è più possibile completare il giro che avevo pianificato, ma bisogna comunque cercare di di godersi questa mini vacanza nel migliore dei modi.

Con questo obiettivo molto probabilmente non è stato saggio salire da Castellaro, per la ripida via diretta al Pian della Mora. Ma la traccia era quella e anche la segnaletica ci indicava che quella era la direzione della Via del Sale di Varzi. In questo tratto molto duro siamo costretti a spingere le bici. Il mio pensiero in questi frangenti è andato ad Ausilia e Seba, che sicuramente hanno più di una volta vissuto queste situazioni, anche in circostanze più serie ed impegnative, durante l'Iditarod, in Alaska. Noi siamo... "dei piccoli Seba ed Ausilia"...

E questi pensieri, mi portano avanti, mi danno coraggio. Il fatto di conoscere delle persone così forti, con una volontà, una forza d'animo così sviluppata, mi spinge a cercare il mio limite, a trovare le energie per proseguire nel mio cammino. Avremmo incontrato altri pezzi così duri, almeno fino al raggiungimento di una quota che ci avrebbe permesso di galleggiare sulle montagne... In effetti pensavo che una Via del Sale funzionasse così: permettesse alle carovane di trasportare i beni per una via preferenziale. Una volta raggiunto il Pian della Mora ho incominciato a godere maggiormente dell'itinerario, ma Dario mi tarpava subito le ali parlandomi del Monte Chiappo, con molta probabilità il tratto più impegnativo del percorso. Tratto che affronteremo domani, lunedì. Un altro giorno se n'è andato e siamo solo al principio di questa benedetta Via del Sale. Trascorreremo la notte presso il bivacco del Monte Bagnolo, a 1547 mt sul livello del mare... dove in effetti saremmo dovuti arrivare.

Facciamo legna, accendiamo la stufa, prepariamo da mangiare. Forse sono questi i momenti più sereni, tranquilli, delle nostre giornate, quando ci si ritrova seduti a tavola, a parlare, a ridere e scherzare. In questi casi non ci si deve aspettare, non viene l'affanno, ed i piccoli nervosismi della giornata evaporano in uno sbuffo.

Certo che qua dentro fa proprio caldo. La stufa in un attimo porta il piccolo bivacco a 30 gradi centigradi e ogni tanto devo uscire per prendere una boccata d'aria fresca. Penso che ci vorrebbe un po' più di alcool; una qualche birretta belga, del tipo strong con gradazione di 10°. Una bottiglietta mi farebbe piombare all'istante in un sonno letargico, come quello che in un attimo prende Dario, che si corica sulla panca e si perde via istantaneamente. "Ma non dicevi di non essere stanco?"

Non c'è luce e dopo mangiato, con la luce del giorno che si affievolisce, prepariamo i nostri sacchi a pelo e ci corichiamo. Mi sveglio nel mezzo della notte, o forse saranno state le 22, chi lo può sapere... mi metto seduto e guardo fuori dalla finestra. Il cielo è pieno di stelle e l'orizzonte è illuminato dai bagliori dei paesi e delle città. Sento un suono di campanelli e riesco a scorgere un paio di cagnolini che annusano ognidove alla ricerca di qualcosa da sgranocchiare. Mi corico nuovamente e mi riaddormento.

Con le prime luci del giorno, ci svegliamo e ci prepariamo per una nuova giornata; la nostra avventura prosegue... fino a dove? Non si sa.
Facciamo qualche chilometro in leggera salita, poi scediamo, poi risaliamo nuovamente. È il classico andamento di questi giorni a cui però fatichiamo ad abituarci. Il fondo è bagnato, fangoso per lunghi tratti, ma al momento, di vera pioggia non ce n'è stata. I crinali, le strade, i sentieri sono rovinati dal passaggio degli enduristi, che, fregandosene dei divieti, sgasano a tutta, scavando solchi sempre più profondi.
La libertà di praticare una attività di svago, per alcuni intesa come "sport", in questi casi fa a botte con il senso civico, ed il rispetto dei nostri patrimoni naturali.

Iniziano nuove dure risalite a spinta, nel fango, e la ciliegina sulla torta, la mazzata finale arriva con l'ascesa al Monte Chiappo. Quando io e Dario arriviamo in cima, troviamo un bel casotto: non nel senso di costruzione, ma di confusione. Il rifugio, scoperchiato dal vento forte durante l'inverno, è chiuso, ed i lavori di ricostruzione del tetto nuovo avvengono con le macerie di quello vecchio sparse un po' ovunque nei paraggi. Uno scenario apocalittico. Il tempo è peggiorato: la visibilità è nulla, c'è un forte vento, fa freddo, e piove. In attesa che arrivi Seby, ci ripariamo nel vano dove ha termine l'impianto di risalita. Altra cosa che non ci piace affatto, per come deturpa l'ambiente e l'armonia naturale delle montagne.

Ad un certo punto, non vedendo arrivare ancora nessuno... incominciamo a scendere ed incontriamo Seby a piedi. "E la bici?" gli domando. Il fango ha bloccato tutto, tra i copertoni ed i parafanghi se n'è accumulato così tanto da impedire alle ruote di girare. Seby è in preda allo sconforto, e come dargli torto, e vorrebbe scendere in qualche modo a valle. Noi ci offriamo per aiutarlo a risalire, portando in cima i bagagli e la bici. Avremo fatto il suo bene oppure no?

In questo frangente mi accorgo di quanto sia pesante questa bici assurda. Una cosa davvero insostenibile; è proprio un caterpillar. Arrivati in cima, sblocchiamo le ruote dal fango ed iniziamo la discesa verso questo luogo di sofferenza, dove tra l'altro Dario buca. Leh!
Siamo di nuovo sull'asfalto, ma seguendo le indicazioni dovremmo risalire nuovamente per alcune centinaia di metri lungo un crinale erboso. Il meteo peggiora sempre più e prendiamo dunque una decisione: si devia, cercando di raggiungere la traccia del ritorno. Il GPS non mi aiuta molto a trovare la strada giusta, funziona molto meglio l'orientamento visivo di Dario.

Su strada asfaltata, sotto la pioggia sempre più intensa ed un vento forte che ci fa venire i brividi, raggiungiamo, ormai fradici il Passo del Brallo e successivamente, transitando per Ceci, scendendo per una bellissima strada tutta curve, giungiamo a Bobbio. Qui la pioggia si calma, il cielo si apre un po'. Cerco sul gps la strada giusta, ma per lo più cerco di ricordare il percorso che avevo studiato su Google Earth, tra Bobbio e Mareto. Ricordo che si partiva dal Ponte Vecchio e poi si proseguiva per quel versante, probabilmente in direzione di Coli. Il mio intuito mi guida bene e una volta raggiunto il paese, entriamo in un bar per riempirci lo stomaco in quanto da stamattina abbiamo mangiato poco o niente. Ci preparano dei bei panini giganti, davvero ottimi. È sempre più viva in noi l'idea di trovare un agriturismo o un alberghetto dove passare la notte. Il wild touring va a farsi benedire!

Arriviamo in località Fontana e l'istinto ci guida verso l'Agriturismo Tre Noci. La casa è stupenda, in pietra, rustica, con le pareti ricoperte dall'edera. Passiamo un cancello e facciamo il nostro ingresso in un cortiletto con portico. "C'è qualcuno?" Risponde un simpatico cagnolino. Le porte della sala da pranzo e della cucina sono aperte, i titolari devono per forza trovarsi nei paraggi. Suono una campanella di metallo, ma non arriva nessuno. Per un attimo, con l'inesorabile passare del tempo, siamo dubbiosi se rimanere ad aspettare o ripartire. Faccio per rimettermi in sella, poi mi fermo e ritorno sui miei passi. "Possibile che non ci sia nessuno? Qualcuno prima o poi arriverà. Ora che abbiamo trovato un bel posto dove fermarci, non è saggio ripartire, con questo tempo..."
Ed ecco che finalmente veniamo calorosamente accolti dai gestori dell'agriturismo. Un té caldo, comodamente seduti in una saletta nella quale spicca, il tronco di una delle tre piante di noce che danno il nome all'agriturismo. Siamo felici della decisione presa. Stasera ci aspetta una bella doccia calda ed una cena biologica di gran qualità. Che gioia!

Non facciamo di sicuro la parte dei duri, degli inflessibili avventurieri che con qualsiasi condizione meteo, si mettono in tenda, si cucinano cibi liofilizzati, e poi filano nel sacco a pelo.
Noi ci siamo lasciati sedurre dalle comodità, dal buon cibo... mai scelta è stata più saggia.

La cena è stata fantastica, le pietanze deliziose, preparate con grande cura e in porzioni abbondanti. Ci sta pure un bicchierino di grappa prima di coricarsi. Durante la notte, dal cielo è scesa altra acqua; più ci penso e più mi convinco che abbiamo fatto bene a fermarci presso questo agriturismo.

Verso le 7:30 ci alziamo ed incominciamo i preparativi per la partenza, dando un'occhiata all'orologio. Alle 8 ci aspetta la colazione. Pane e marmellata, latte e té. Verso le 9 ripartiamo, salutando questo bellissimo posto: l'Agriturismo Tre Noci. Alla prossima!
Riprendiamo subito con la salita sterrata, infangata, che ci porta di lì a poco sull'asfaltata per la pineta ed il Santuario di Sant'Agostino. L'ambiente è splendido: la strada è piccola, tranquilla, circondata dal bosco e da pareti di roccia, nell'aria fresca e pulita si avvertono le fragranze di conifere e di humus. Quando giungiamo al Passo di Santa Barbara siamo eccitatissimi dagli scenari che si presentano ai nostri occhi, davvero spettacolari. Proseguiamo verso la Sella dei Generali. Non conosciamo i posti, stiamo semplicemente seguendo la cartografia installata sul mio GPS, nel tentativo di raggiungere la traccia che avevo preparato per il ritorno, e siamo molto vicini al raggiungimento dello scopo. Dopo di che... chi lo può sapere...

Abbandoniamo di nuovo l'asfalto, ma su una splendida strada sterrata, piuttosto larga, che serpeggia tra i monti, rimanendo in quota, in direzione del paese di Campagna. Poi svoltiamo bruscamente a sinistra e scendiamo su una strada con fondo piuttosto smosso. Ritornati su asfalto, percorriamo un bel tratto nel bosco, sempre lungo la traccia che avevo pianificato. Stiamo seguendo il segnavia 001 e fino a qua, nulla di complicato. In località cappelletta la traccia però ritorna su sterrato, verso il Monte Osero. Spero tanto non sia nulla di complicato. Invece dopo un po' la strada ritorna a salire piuttosto bruscamente. Guardo la cartina e non vedo molte alternative per la direzione che dovremmo seguire. Se solo non ci fosse tutto questo fango, se solo il tempo ci avesse assistito un po' di più, se... se...
Arriviamo comunque allo scollinamento, ed in una giornata limpida probabilmente avremmo anche potuto ammirare qualche bel panorama, invece oggi siamo circondati dalle nuvole.

Iniziamo la discesa su single track e me la rido sotto i baffi: in effetti era proprio quello che avevo intenzione di fare nei miei giri di wild touring. Mollo un po' di più i freni e prendo un po' di velocità, che divertimento! La bici sbanda sullo strato di fango rossiccio, ormai sono bello sporco e me ne frego. Poco dopo uno scarto della bici mi coglie impreparato ed in una frazione di secondo mi ritrovo abbracciato ad alcuni piccoli alberi. Controllo che sia tutto a posto e riparto. Il mix di pietre saponate e fango costituisce un terreno piuttosto ostico che ci impegna nella guida, soprattutto su queste bici, con il carico di bagagli.

Dal paesino di Montosero c'è una strada che prosegue lungo il crinale della montagna, è una sterrata, e in alcuni tratti ritorna il nostro immancabile compagno di viaggio: il fango. Le condizioni meteo ci hanno condizionato non poco e contribuito a rendere ancora più indimenticabile questa avventura. Un viaggio che probabilmente non rispetta i canoni del cicloturismo classico, ma che si spinge un po' più in là, un po' più in su.
La via più semplice, la strada asfaltata che scorre a fondo valle è in un attimo raggiungibile: è solo una questione di scelte. Io sinceramente preferisco infangarmi su una sterrata in mezzo ad un bosco, piuttosto che viaggiare pulito in fila indiana con le auto che ti fanno il pelo...

Transitiamo per dei paesini piccolissimi, isolati, collegati da strade sterrate, che hanno un fascino molto particolare. La chiesetta, delle case che sembrano castelli, i giardini adornati di bei fiori. Poi ti allontani di qualche centinaio di metri e vedi che l'omogenità costruttiva, l'armonia creata con l'utilizzo della pietra locale, è disturbata dalla immancabile costruzione degli anni 50, brutta da far paura.

Proseguiamo e lungo la discesa per Ponte dell'Olio, ad un bivio, mi fermo per il ricompattamento. Dario arriva subito dopo, ma di Seby... nessuna traccia. Pensiamo subito il temutissimo slime piacentino... avrà avuto ancora problemi con le ruote bloccate? Eccolo che arriva, e attaccato al portapacchi ha il parafango anteriore che si è divelto durante la discesa. Inconvenienti che purtroppo capitano anche ai migliori cicloturisti avventurieri nel mondo, come il nostro Seby.
Le isole Fær Øer probabilmente per certi aspetti saranno meno ostiche delle colline piacentine... solo i cetacei laggìù rischiano molto...

Dopo Ponte dell'Olio arriva l'acqua. Violenta, un'innondazione dal cielo. Si sale un po' per poi prendere la bella strada che scende a Tollara e poi lasciamo le colline per ritornare nella nostra pianura, dove le uniche salite arrivano con i cavalcavia. Maciniamo chilometri e chilometri, con la pioggia che dopo una breve pausa, si fa sempre più intensa man mano che ci avviciniamo a Cremona. Il gran finale è proprio in città, come in una sinfonia di Beethoven.

Un veloce cambio d'abiti e l'arrivederci, un po' di fretta, ma si è fatta sera.
Quando lo rifacciamo?
TunnelTunnelGelatoGelatosi comincia a salireStradine
GuadoGuadoPietraPerse
accampatiPratiTornantisi sale di quotaNel boscoPucia
Nel bosconel boscoPerse e la PeregrineSalsa FargoSingular PeregrinePerse
Posta un commento