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giovedì 1 agosto 2013

Finale Ligure: 4° giorno di viaggio

Stanotte ho sentito qualcosa picchiettare sul vetro della finestra. Appena svegli andiamo a controllare e vi troviamo un leggero strato di neve ghiacciata. Una forte perturbazione sta attraversando il nord Italia con un notevole abbassamento delle temperature. Quassù siamo immersi in un mare lattiginoso, in una immensa, fredda nuvola; chiudo immediatamente la finestra. Uno bello shock dopo tre giorni con tempo splendido. Ci si prepara al peggio, indossando l'abbigliamento antiacqua, persino per fare la colazione, come se il té non ci venisse servito come al solito nelle tazze, ma a pioggia.
Si tratta di gesti scaramantici.
Paolo Bertelli ne è certo: il tempo di finire la colazione e partire, ed uscirà il sole. Non è dello stesso parere il "local" del rifugio: "Conosco bene il tempo di queste parti: quando la mattina è così, poi di sicuro va a piovere..."
Un brivido ci percorre la schiena all'idea di percorrere l'altavia sotto l'acqua. Alternative non ne conosco.

Dopo l'abbondante colazione, ultimati i preparativi per la partenza, apriamo il garage, usciamo allo scoperto e... magia delle magie, ecco spuntare l'azzurro del cielo. Questa volta Bertelli ha proprio superato se stesso. Grazie.
Il sentiero inizia proprio dal Rifugio, in discesa, anche piuttosto smossa, quindi procediamo con calma. Nella giornata di ieri ho rimediato un piccolo foro sul fianco del copertone posteriore e, con il fango e l'acqua, il grumo di lattice che finora aveva provveduto a sigillare la perdita, cede e la gomma in questo modo perde pressione. Provo con una bomboletta gonfia-ripara. Giro la ruota, compro una vocale, niente da fare; non ho la soluzione, posso avere l'aiuto da casa? Gerry squote la testa, ed io mi incazzo. Come al solito, quelle che dovrebbero essere le soluzioni ai problemi, nel momento del bisogno, non si rivelano tali. Smonto tutto ed inserisco una camera d'aria. "Strano" - mi dicono i miei amici - "guarda quanto lattice che c'è lì dentro..."
Appunto, eppure non è servito a nulla.

Dopo il problema di Paolo Spagnolo a Caorso, dopo pochi chilometri di pista ciclabile, questo è il secondo "guaio" tecnico in cui incappiamo. Alla fine non c'è di che lamentarsi. Questa volta il nervoso è venuto a me, mentre a Paolo è toccato cercare di tranquillizzarmi. Ma io me la prendo con quelli che ti vendono i prodotti come miracolosi: "Ripara fori fino a 6mm!!" Lasciamo perdere. Sarà colpa delle condizioni proibitive del trail, temperatura ed umidità dell'aria non ottimali... etc... etc... alla fine è sempre colpa di qualcun'altro (il prodotto in questione è Stans NoTubes, ma Mariposa è ancora peggio).

Sono di nuovo in sella, ma poco dopo tocca a tutti quanti ridiscendere a piedi. Il sentiero non c'è più. Abbiamo deviato dalla traccia nel tentativo di evitare il difficile tratto che percorre le creste, ma ora ci tocca risalire a piedi per riprendere la retta via. Non fatichiamo più di tanto a raggiungere una bella strada larga che per il momento sembra proseguire in quota. Tutto attorno a noi è uno splendore: il cielo azzurro, l'aria freschissima, il vento, l'erba d'un verde acceso. In lontananza compaiono dei monti innevati mentre alla nostra sinistra, un bel po' più in basso, il mare. È tutto così bello che siamo quasi commossi.

Appena avvistiamo un bivacco costruito in pietra, vi entriamo per trovare momentaneamente un po' di riparo dal forte vento freddo che si sta abbattendo su di noi. Bertelli ha le mani congelate e prova molto dolore: una combinazione particolare tra cattiva circolazione sanguigna, un paio di guanti poco protettivi, ed il vento, ha fatto si che verificasse un simile problema. Qualche minuto a soffiarsi nei pugni e via, siamo di nuovo pronti. Intanto, senza l'ausilio di una penna, ma utilizzando un piccolo rametto carbonizzato prelevato dal camino, ho scritto i nostri nomi sul libro del rifugio.

Il sentiero ad un certo punto diventa impedalabile: è un bel tratto di salita da fare con calma a piedi, portando al proprio fianco la bici. Una piacevole passeggiata nel bosco, al riparo dal vento. La discesa successiva è altrettanto ostica, lungo un sentiero poco battuto e molto fangoso. Ad un tratto nel fango riesco a scorgere le tracce lasciate da un copertone di mountain bike. Sono i giapponesi!!!
Il team deve essere proprio appena davanti a noi. Forza ragazzi, dai che li raggiungiamo!

Incredibilmente il sentiero, poco dopo si trasforma in una splendida stradina sterrata, molto ben curata, con il ghiaino che sembra sia stato appena rastrellato da tanto è perfettamente steso. A questo punto, con quello che mi trovo di fronte, non riesco più a trattenermi e mi metto ad urlare dalla gioia! Che sfogo! I miei amici sono ugualmente a bocca aperta, felici ed esaltati per l'avventura che stanno vivendo. Lungo la strada si trova un bellissimo bivacco in pietra ed in un baleno la mia mente è già impegnata nella pianificazione di un giro con pernottamento in questo luogo magico.

Al termine del sentiero, in località Prato Rotondo c'è un rifugio e non ci lasciamo sfuggire l'occasione per una pausa spuntino, che può benissimo essere considerato come una seconda colazione, fatta però con panini e bevendo birra. Siamo alla fine di Maggio ed una fine di primavera così fredda, il gestore non se la ricorda; ma si sa, o per il caldo, o per il freddo, bisogna comunque lamentarsi. L'unica cosa che effettivamente succede è che con un clima così, le attività legate al turismo certamente fanno fatica a partire.

Ci si fermerebbe delle ore a chiacchierare seduti beatamente al tavolo di un rifugio, ma davanti a noi c'è un obiettivo che si chiama Finale Ligure. Le ore passano e decidiamo di dare notizie ai nostri amici Lobos che ci attendono con impazienza al campeggio. Bertelli chiama Ilaria e dopo averla salutata le chiede immediatamente notizie riguardanti la classifica e la posizione effettiva del team dei giapponesi. Ci cappottiamo per terra dal ridere. Dopo questo siparietto, riprendiamo quindi a salire per il Monte Beigua, superato il quale, inizia una lunghissima discesa fino al Passo del Giovo Ligure. Paolo Spagnolo non suona più l'armonica, ma in compenso si sta lanciando in discesa come non mai. È felice, molto felice per questo viaggio in nostra compagnia. Dopo aver superato le rovine del Forte Tagliata, situato in posizione strategica proprio in corrispondenza del valico, fatichiamo un po' a ritrovare la traccia dell'alta via, smarrendoci temporaneamente lungo un sentiero nel bosco. Poi però in discesa, ritorniamo ben presto a ripercorrere la traccia memorizzata sul gps.

Ad un certo punto, dopo un tratto in quota piuttosto piacevole, ci ritroviamo di fronte ad una rampa cementata dalla pendenza micidiale, decisamente dura anche con tutti i rapporti normalmente disponibili su una mountain bike. La strada ci conduce presso un'area in cui sono state posizionate diverse pale eoliche per la produzione di energia elettrica. Da questo punto in poi il percorso ritorna ad essere su sterrato, pedalabile e gradevole. La discesa ci riporta velocemente su strada asfaltata, nei pressi di Montenotte, non molto distanti da Altare. Ci avviciniamo si alla meta ma ormai il pomeriggio sta volgendo al termine e la sera si avvicina. Preoccupati per la cosa? No.

Ad Altare porto i mei compagni di viaggio presso la Bocchetta di Altare, il luogo dove gli Appennini lasciano il posto alle Alpi. Da questo punto io e Dario, nell'ormai lontano 20...12 ah, no, sembrava una vita fa, invece era l'anno scorso... partimmo per la Traversata dell'arco alpino fino a Trieste.

Foto ricordo e poi di nuovo giù in paese, alla ricerca di un bar dove cercare di tamponare momentaneamente quel vuoto incolmabile che ci ritroviamo nello stomaco. Mangiamo schifezze di ogni genere: patatine, patatine e patatine, tanto per buttar giù le calorie sufficienti per giungere alla meta. Ormai ci siamo: una trentina di chilometri ed è fatta. Io me ne sto zitto zitto in un angolo, non mi espongo, perché so benissimo lo spettacolo che ci aspetta. I miei amici invece sono all'oscuro di tutto.

Facciamo qualche chilometro di asfalto e poi entriamo in una bellissima vallata che, seguendo il corso di un torrente, sale dolcemente di quota. La strada è davvero dolce, all'ombra di uno splendido e rigoglioso bosco. Dopo il tratto di salita, percorriamo di nuovo l'Alta Via del monti liguri, per un'infinita strada in piano. Paolo Spagnolo mi si avvicina, mi guarda negli occhi, e scoppiando a ridere mi dice: "Lo sapevi, tu lo sapevi!!!"

Un ultimo strappo in salita e poi prendiamo la direzione di Finale per una bellissima strada in terra battuta, tra le ginestre in fiore. Siamo tutti entusiasti di questo gran finale a Finale.
Ma in verità noi dobbiamo raggiungere la località "le Manie"; quindi le sorprese non sono ancora terminate. Purtroppo c'è ancora da salire, su asfalto, e quando di fronte a noi si presenta l'ormai nota strada che si fa per giungere al campeggio e alla grande manifestazione della 24H, cosa ti inventa "il Perse"?

"La mia traccia dice di svoltare a destra"

Questa è follia! Follia pura!
"Ma siamo praticamente arrivati, Perse... perché a destra?" protesta educatamente Bertelli.
La mia traccia portava esattamente presso il ristorante dove i Lobos, come altre compagnie, si trovano per la cena del venerdì ed ovviamente, per sentieri sterrati.
Così deviamo a destra ed iniziamo una discesa molto divertente, con pochissima luce, data l'ora. Ad un tratto sopra un albero notiamo un segno, una bandiera. Sul tronco è disegnato un quadrato bianco con un cerchio rosso al centro: il team dei giapponesi! Sono arrivati, ce l'hanno fatta, ci hanno battuto. Immortaliamo con una foto la cosa, perché questo leitmotiv ci ha tenuto compagnia per tutto il viaggio, ci ha fatto ridere diverse volte come bambini, perché questo noi siamo: bambini grandi.

Dai che è fatta, ma di fronte a noi c'è un ultimo ostacolo. Una salita a tratti impegnativa ci separa dal ristorante. Poche centinaia di metri ed eccoci arrivati. Ci abbracciamo, ci stringiamo le mani con vigore. È fatta! Abbiamo concluso felicemente questa grandiosa traversata in single speed (Alpcross), l'avventura è stata stupefacente e ci ha lasciato tutti una gran soddisfazione e tanti ricordi da portare sempre con noi.

Appena entrati nel ristorante, veniamo accolti dai nostri amici con urla ed applausi. Un'accoglienza davvero calorosa che mi ha commosso parecchio. Il fatto di sentirsi vicino tante persone, tanti amici è stata un'esperienza gratificante, un tassello importante del puzzle che in 3 giorni siamo riusciti ad ultimare. Grandi ragazzi: siete stati compagni di viaggio ideali, è stato un vero piacere vivere questa avventura con la vostra complicità.

Poi è arrivata la pioggia, la 24H di Finale Ligure, la gara; ma quella è un'altra storia.


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