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giovedì 16 gennaio 2014

Vacanze 2013? Appennini! · Diciottesimo giorno: grandi montagne.

Notte solitaria e fredda nel prato a ridosso del torrente chiarino. Gli unici rumori che ho percepito, son stati quelli dei rapaci notturni, che son sempre al lavoro quando gli altri dormono, o cercano di dormire. Dai, questa notte mi è andata bene e mi sveglio presto e piuttosto riposato.
Faccio fatica a dire di avere caldo, infatti c'è una temperatura da pelle d'oca ed il fatto di dover indossare gli indumenti umidi, messi a prendere aria sulla staccionata, non aiuta di sicuro a sentirsi asciutti e puliti.

Arrivano i primi perlustratori della zona, probabilmente i grigliatori, con l'auto carica di chissà quanti chili di carne, e alimenti vari, pronti per una nuova giornata di vacanza a bisbocciare nel prato. Se a loro va bene così, io ho invece bisogno di muovermi, di far giungere il mio sguardo oltre la montagna, verso nuovi orizzonti.

Riparto in salita risalendo la valle, seguendo la ripida strada, alla scoperta di chissà quale scenario, con l'incertezza di aver preso la direzione giusta, perché, almeno per le auto, questa valle è chiusa.
Supero un'altra sbarra che dovrebbe bloccare l'accesso ai non autorizzati, ma anche questa è stata sollevata e dopo qualche centinaio di metri infatti trovo un nuovo assembramento di auto e fuoristrada, e la presenza di diverse tende e campeggiatori in un'area delimitata da staccionata.
Mi fermo a prendere acqua dalla fontana e riparto velocemente prendendo un sentiero che parte alla mia destra, deviando dalla strada che conduce al Rifugio Fioretti.

Su questo sentiero di sicuro non si avventura nessuno, dato che non si può percorrere in auto, e proseguo tranquillo il mio cammino. Ecco, da questo punto inizia il tratto incognito, che potrebbe essere bello, come pure un disastro. In entrambi i casi devo comunque proseguire. Dovrei riuscire ad aggirare le montagne più alte ed immettermi successivamente su una comoda strada asfaltata che procede lungo tutta la Valle del Vasto. Io almeno avevo pianificato così la mia escursione.


Percorro inizialmente una bella sterrata nel bosco, larga e dall'ottimo fondo battuto. Solo in un tratto il fondo è stato rovinato dal passaggio di pesanti mezzi per la lavorazione ed il trasporto della legna, e ben presto avrò modo di osservare questi lavori di abbattimento alberi, con diversi muli che sono utilizzati come mezzo di trasporto di parti di tronco, dal pendio scosceso fino ad una macchina che si occuperà di dividerli in parti più piccole e successivamente li disporrà in un cassone.
Questo è un grande dono del bosco, una risorsa importante che la gente del posto immagino sappia gestire adeguatamente da chissà quanti anni. Un cittadino come me brucerebbe tutto in un paio d'anni.

Cosa vedono le mie pupille? Un gregge di pecore, e dove si trovano delle pecore, ci sono anche i cani pastore. Mi fermo ed allungo il collo alla ricerca di un qualsiasi avvisaglia di pericolo incombente, e invece dei cani maremmani trovo il pastore umano in persona. Alzo un braccio e lo saluto. Lui ad ampi gesti mi dice di venire avanti che tutto è sotto controllo. I cani son perfettamente mimetizzati tra le pecore, ma son tranquilli e pacifici mentre io avanzo e raggiungo il pastore.

Scambio qualche battuta con lui e poi riparto, facendomi strada nel gregge, che fa quasi impressione per come si muove in maniera compatta ed omogenea, quasi come un branco di pesci nel mare.
Il sentiero da questo punto diventa parecchio ostico, il fondo è spesso fangoso, scavato dagli animali, ma una traccia più pulita e liscia c'è ancora ed io riesco a proseguire ancora in sella alla bici. Fino ad un bivio: qui la traccia del mio gps prosegue scalando il ripido pendio della montagna, io invece proseguo rimanendo in quota su un altro percorso che spero mi conduca da qualche parte.

Il sentiero si dimostra anche carino per la mountain bike, ma con le borse così ingombranti si fa veramente fatica. Spero che mi conduca da qualche parte, non ne ho la certezza, visto che non è segnato sulla cartografia che sto utilizzando, ma la direzione è comunque corretta. Infatti dopo un po' mi ricollego con una traccia più ampia e marcata e raggiungo una stradina sterrata. A questo punto mi tocca prendere una decisione: risalire per questa sterrata ritornando nella direzione che mi ero precedentemente prefissato oppure scendere e andare ad immettermi su una asfaltata più sicura?

La voglia di avventura, la curiosità di andare a scoprire cosa mi avrebbe riservato la mia traccia originaria, mi spinge a proseguire sulla traccia in decisa salita. Laddove il fondo è in buone condizioni, seppure a fatica, riesco a pedalare e a rimanere in sella, ma in determinati punti devo per forza di cose procedere a piedi, ma senza rimpiangere la decisione presa in precedenza. Mi fermo a riposare qualche minuto in più dopo ogni esibilizione di tractor pulling e assumo frequentemente dei pezzetti di frutta disidratata, zuccheratissimi ma, a questo punto, vitali.

Chiedo pure informazioni ad un fuoristrada estremo che incrocio mentre scende da chissà dove, e vengo confortato per le condizioni della strada in miglioramento. Quando ritorno in sella però, è per un breve tratto, in quanto poi la strada scompare e vi rimane un sentiero erboso. Superata la struttura metallica del Rifugio Alessandrini, un forno, immagino, in queste assolate giornate estive, un valido riparo nei mesi invernali; incomincio a salire per il single track, procedendo più che altro a piedi, in una zona sempre più selvaggia a 1700mt di quota.

In lontananza scorgo di nuovo il pastore con le sue pecore, che prendendo il sentiero più diretto, mi è passato davanti. Sono lieto di non essere del tutto solo in queste montagne e quando lo raggiungo, gli chiedo informazioni sul passo che sto cercando di raggiungere. Lui prima mi dice che non credeva proprio che ci fossero in circolazione dei matti come me, e poi mi conforta dicendomi che sono praticamente arrivato, pochi metri ancora e poi si scollina.

Mi corico nel prato e mi godo un po' di pace e di relax, circondato dalle verdi montagne. Com'è bello quassù, com'è gratificante essere in questo luogo, dove non c'è nulla, ma c'è tutto quello che serve per stare in pace.





Si scorge il lago di ieri pomeriggio, e non mi sembra di aver fatto tanta strada, ma poi penso al vero punto di partenza, casa mia, a Cremona, e mi vien da affossarmi ancor di più nel prato. Oppure mi verrebbe voglia di lasciare la bici lì dov'è e spiccare in volo, ripercorrendo a ritroso quanto fatto, ma a velocità dieci volte superiore, lambendo le montagne, sollevando vortici di polvere, ed infine atterrando delicatamente davanti al portone di casa. E poi? La tua casa cos'è, che significato ha per te?

Queste montagne potrebbero essere la mia casa, tutti i posti che mi fanno stare in pace lo potrebbero essere. Saluto il pastore e proseguo deciso verso il passo e la discesa che mi aspetta. Al di là c'è una strada sterrata da percorrere in velocità, poi si finisce su asfalto, ma non per questo si smette di godere. Non si capisce nemmeno l'utilità di asfaltare una strada, quando questa è così deserta, così bella, così guidabile. Per farci passare qualche sfigato in moto scooter?

Faccio rifornimento d'acqua fresca e proseguo lungo la bellissima valle del Vasto, fino ad immettermi sulla strada che porta a Fonte Cerreto dov'è presente un impianto di risalita. Presso queste strutture ritorno in contatto con la gente, che in montagna si trova solo nei punti raggiungibili con l'auto o con le funivie. Qui ho almeno la speranza di trovare un posto dove mangiare qualcosa. Cerco un ristorante, una pizzeria, e in mancanza di questo, mi accontenterei di un semplicissimo bar. Alla fine però anche il bar non mi soddisfa e a malincuore proseguo con la pancia vuota.

La strada ora sale in direzione Campo Imperatore e dovrò affrontare questa lunga salita con energie rimaste, in quanto non troverò altre possibilità di rifornimento. Non ho neppure idea della lunghezza della salita e della quota che devo raggiungere. Pedalo con calma e tranquillità dato che sono su asfalto, il tempo è bello e la mia bici funziona perfettamente. La mia attenzione viene però attirata da una strana protuberanza del copertone anteriore; mi fermo e con rammarico noto un taglio di un centimetro sul fianco dello pneumatico. Allora smonto tutto e riparo incollando una pezza all'interno della gomma.

Dopo la pausa forzata, riprendo la salita. Mi guardo attorno ma pur vedendo diverse montagne rocciose e massicce, non so quale sia il Gran Sasso... ormai dovrei esserci. Il paesaggio è incredibile e dopo una certa quota, una volta spogliato dalla presenza degli alberi e del bosco, diviene ancor più affascinante nella sua ampiezza. Ecco spuntare un ciclista. È indaffarato con la sua macchinetta fotografica ed esattamente non capisco cosa stia tentando di fare, arrampicandosi su quelle rocce.

Semplicemente stava cercando di posizionare la sua fotocamera per un autoscatto, ma poi sono arrivato io. Mi chiede immediatamente se per caso sono belga, ingannato dalla mia divisa della Liegi Bastogne Liegi, ma gli rivelo la mia nazionalità italiana. Lui invece è belga, ma indossa una maglia con i colori bianco, rosso e verde della Colnago. Perfetti.

Ci facciamo una foto ricordo assieme scambiandoci le mails per rimanere in contatto una volta a casa. Che ricordi. Che incontri.


La salita è fortunatamente quasi finita e anche la mia giornata pedalatoria è agli sgoccioli, fortunatamente. Scendo nella piana di Campo Imperatore, con il Gran Sasso finalmente bene in vista, ergersi alle mie spalle. Io svolto a destra, verso il lago di Racollo ed il Rifugio che sorge nelle sue vicinanze, perché ho deciso di fermarmi in un posto comodo anche stasera. Sono un po' esaurito e quindi cerco volentieri, se possibile, di fermarmi nei rifugi.

Appena arrivo, trovo una situazione un po' imbarazzante, con il rifugio messo un po' sottosopra, soprattutto con i gestori devastati dal raffreddore che a fatica riescono a rimanere in piedi. Andiamo bene, penso. Fortunatamente non hanno problemi ad ospitarmi per la notte, così mi spoglio e mi rilasso in queste ore del pomeriggio sorseggiando una bella birra seduto ai tavolini fuori. Una coppia di francesi è intenta a raccogliere funghi prataioli, e con loro c'è un signore di una certa età, che parla correttamente il francese. Si conoscono bene, come se fossero amici. Poi scopro che il signore è italiano e dopo aver scambiato qualche parola con lui, parlando del mio viaggio lungo l'Italia, inizia un momento emozionante.

Questo signore, parlando dell'Italia come il Giardino d'Europa, inizia a recitare i versi di una poesia, di un'opera antica almeno quanto lui, tramandata fino a lui e poi chissà. Poche romantiche frasi per descrivere la bellezza di questo paese, poche frasi ricchissime di emozione, che mi hanno commosso, che brevemente hanno descritto quello che ho vissuto durante il mio viaggio.
Quanto è bella l'Italia, e se lo è ancora adesso, dopo anni ed anni di violenze, figuriamoci una volta, come lo sarà stata, quand'era giovane e piena di vita. Ora l'Italia sta morendo, i giardini stanno appassendo... e non ci sono grandi prospettive per il futuro.

Così il signore, cercando di scrollarsi di dosso un po' della malinconia che gli era piombata sulle spalle, alzatosi dalla sedia, è venuto a stringermi la mano e poi è ritornato a casa.

Sono rimasto da solo con i gestori quella sera, e mi è stata preparata una cena coi fiocchi, durante la quale ho mangiato delle cicorie condite con così poco peperoncino, che mi colava il naso da tanto erano buone. Poi ho quasi preso la balla perché ho reintegrato i liquidi persi con diverse birre. Mi son state raccontate le difficoltà nella gestione di un simile rifugio, costretto ad utilizzare costantemente un generatore di corrente diesel perché l'ente parco non ha concesso l'utilizzo di pannelli solari sul tetto dell'edificio a causa dell' impatto estetico.

L'inquinamento e l'odore dei gas generati dal motore diesel sempre acceso a ridosso del rifugio, invece non riescono ad impattare col vuoto delle menti che fanno parte dell'Ente Parco. Ahimè questa è Italia. È anche tipicamente italiana la situazione che vuole ben 3 dipendenti rumeni dell'Ente Parco, dislocati presso il rifugio, solitamente svogliati, in questi giorni addirittura assenti senza preavviso, per motivi personali, lontani dalle loro mansioni, con quel ne consegue in salute e stress per la coppia di gestori sovraccaricati di incombenze. Faccende gravi e irrisolvibili che costringeranno i ragazzi a rinunciare alla gestione del posto. Domani mattina, mi dicono, avrò modo di incontrare i rumeni. Non vedo l'ora. Buona Notte e viva l'Italia.

Oggi ho percorso 53 Km con un'ascesa totale di 1600mt di dislivello.
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